Perché la lenta bici se tutto oggi è così veloce? (intervista)

  1. (domande di Roberto Ceccarelli, Managing Partner Bizibee S.r.l.) Oggi si parla tanto di rapidità di cambiamento, di agilità organizzativa … tu sei ricorso però ad un mezzo “lento” come la bicicletta, come ti è venuta l’idea di fare un periodo sabbatico su due ruote?

Oggi si parla anche tanto di consapevolezza o mindfulnesscome via maestra per raggiungere un bilanciamento tra efficienza e innovazione –  vedi ad esempio il libro appena uscito di Rasmus Hougaard e Jacqueline Carter “The mind of the leader”. Nel mio lavoro, la ricerca e la didattica accademica, la fretta è ‘maestra cattivissima’. La ricerca si basa sulla sedimentazione delle idee sulla quale si innesta poi l’intuizione. Nella didattica il focus non deve essere sul veloce ‘inserire’ competenze nelle persone, ma sulla loro crescita, quella che una volta si definiva la Bildung. Prima della partenza avevo pensato la bicicletta semplicemente come simbolo, simbolo di quanto dobbiamo rallentare nel consumo materiale se vogliamo raggiungere gli obiettivi della sostenibilità ambientale fissati a Parigi nel 2016. Durante il tragitto ho scoperto che la bicicletta oltre a simbolo è anche materia, una materia che favorisce il pensare, lo focalizza. Non sono mai stato così produttivo di idee come in questo periodo.

  1. Il percorso stradale ha rispecchiato in qualche modo un tuo percorso interiore?

Il mio percorso interiore è stato un percorso legato alla sostenibilità ambientale, sociale ed etica. In passato, povero illuso, cercavo di ‘consumare’ in modo sostenibile: compravo l’automobile guardando alle emissioni (oggi in quella logica comprerei probabilmente un’auto elettrica), compravo biologico e via discorrendo. Quando un paio di anni fa, a seguito di un’esperienza personale trasformativa, divenni prima vegetariano e poi, grazie alla lettura di testi scientifici, vegano, capii che non è tramite il consumo che si può cambiare qualcosa, ma tramite l’impegno. Impegno accademico, che slegato da valori diventa tecnicismo, e impegno politico. Così questo sabbicycle è diventato una forma di attivismo accademico. Invece di andare a visitare i consueti templi accademici nordamericani (Stanford, Harvard, …) come feci nel mio ultimo sabbatico, ho deciso di montare in sella.

  1. Quanti Km hai fatto e dove sei stato?

Per ora siamo a quasi 1700 chilometri. Sono partito da Vienna e con un misto di bici e treno (quando non ce l’avrei fatta ad arrivare in tempo ad un appuntamento) sono stato a Graz, Lubiana, Trieste, Treviso, Venezia, Lugano, Milano, Bergamo, e poi a sud Reggio Emilia, Bologna e Urbino. E poi di nuovo a Linz. Infine a Tallinn alla conferenza EGOS degli organizzativi europei che si tiene a inizio Luglio passando per Varsavia, Kaunas e Riga. Quest’ultimo viaggio ha comportato 500 chilometri di bici (4 giorni sul sellino) e 1200 di treno in andata, mentre sono tornato in bus e treno.

  1. Di questa tua esperienza cosa ti ha maggiormente colpito o sorpreso, momenti divertenti, complicati?

Quando arrivai sotto la pioggia in Brianza da Lugano e mi fermai a mangiare, un oste mi chiese da dove venissi e perché. Quando stavo andandomene mi seguì sotto la pioggia e mi chiese il nome “Perché voleva raccontarlo in giro”. Dopo aver chiesto l’amicizia in FB commentò: “Avevo capito il suo messaggio fin dall’inizio”. Non ebbi il coraggio di chiedergli quale fosse il mio messaggio. Vicino a Urbino poi un vecchio mi diede un ramo di olivo dicendomi: “Il tuo è un messaggio di pace”. Un momento complicato fu quando mi svegliai e Lubiana con la febbre e 30 centimetri di neve fresca. O quando dopo Maribor le ‘corte salitine’ si rivelarono essere tra i 14 e i 17 gradi di pendenza, portandomi ai limiti delle mie capacità (mi resi anche conto di aver portato con me troppa roba). O quando entrando in Lituania dovevo scegliere tra piste ‘ciclabili’ formato sabbie mobili o orrende statali frequentate da TIR in assenza di autostrade, e a 30 chilometri da Kaunas mi arresi e provai, senza successo, a fare autostop; riprendere la motivazione a ripartire al 110 chilometro avendone ancora 30 di statale davanti a me è stata una piccola impresa personale (coronata poi dalla cena con cari colleghi lituani).

  1. Ci sono particolari qualità caratteriali che ti sono state utili a superare i momenti di difficoltà?

Capacità di stare soli con i propri pensieri a lungo, ma anche riconoscere i propri limiti e affidarsi alla propria rete di amorevoli supporti. Quando a Lubiana stavo per rinunciare con la febbre e la neve mia moglie mi scrisse un sms: “Copriti bene e parti”. E così feci. Presi il treno fino a prima del confine con l’Italia. La gioia che provai poi ad arrivare a Trieste fu enorme.

  1. Cosa ha lasciato questo viaggio al Professor Delmestri, alla sua attività di docente universitario?

Grande visibilità. All’ultima conferenza tutti mi chiedevano del viaggio e nessuno dei miei articoli. Visibilità positiva perché senza di quella un viaggio così non ha senso. Volevo scuotere le coscienze dei miei colleghi che, come la maggior parte di noi, non si fanno nessun problema a prendere l’aereo e andare in gito per il mondo a conferenze e workshop senza pensare all’impatto negativo sul clima. Visibilità anche parzialmente rischiosa visto che ora sono sotto la lente e ai pierini la si fa pagare: lo studiato fenomeno di do gooders derogationovvero “dagliele a chi si crede meglio di te”. Per cui è importante non mettersi su un piedistallo, ma essere umili e costruttivi. A Tallinn poi, quando a domanda rispondevo: “No, alla prossima conferenza non vengo in bici, il progetto finisce con quest’anno”, un gruppo di colleghi mi ha ‘obbligato’ a creare un gruppo e l’anno prossimo alla conferenza EGOS di Edimburgo andremo in bici da Londra. Si sta formando forse un ‘social movement’?

  1. Consiglieresti questa esperienza ad altri professionisti?

Sicuramente. Occorre coraggio in tutte le professioni per poter sperare di lasciare un mondo migliore ai nostri figli e nipoti. E poi è proprio bello!

 

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